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Il Regista: l’analista del vivere o filosofo?

il regista filosofo

Perchè realizzare un film? Perchè scrivere una storia? Da dove nasce una storia?

Domande non banali e per niente scontate. Domande che mi sono posto spesso nei miei piccoli lavori. Da “regista” mi pongo queste domande anche per i grandi registi che con i film ci campano allegramente.
Mi chiedo se un regista e/o uno sceneggiatore decida di scrivere un film più per sentimento che per ragione.
Se il sentimento è dettato dal bisogno di creazione, di realizzare un’opera d’arte, di esprimersi, di espandere il proprio io sotto molte vesti allora secondo me è un sentimento sincero.

Come un desiderio che va oltre la ragione e spinge il regista a vedere e a far vedere cosa ha in mente e cosa ha nel cuore. Ciò lo spinge in quella missione, a far compiere la sua visione.
Al di là della lotta per finanziare il film o di rimanere nei paletti di un budget, la mia personale visione del ruolo del regista è quella tra un’analista del vivere e un filosofo.

L’ANALISTA

Di principio come tanti o come tutti osservo la realtà nella sua quotidianità, nel suo ordinario, dandone un significato che può essere marginale o no. Questo significato è dovuto a una interpretazione di una realtà, da un fatto accaduto o da emozioni provate che seguono un flusso di causa ed effetto impercettibile e di invisibili scelte inconsce. Tutto questo prende forma nella propria ordinaria normalità.
Questa forma di normalità si distorce e si espande quando entra in gioco la consapevolezza per vari motivi, quasi sempre per una causa molto forte, e la decisione di prendere scelte consapevoli, quindi un effetto molto forte. Dal momento che decidiamo di essere eroi di noi stessi e prendiamo (o perdiamo) le redini della nostra vita iniziamo in qualche modo la nostra storia. Ha inizio una narrazione straordinaria, un concatenarsi di causa ed effetto visivo. Ha inizio il film.

DA ORDINARIO A STRAORDINARIO

La normalità è stravolta, l’ordinario è ora straordinario, la realtà non è la stessa. Questo discorso per spiegare che in una storia uno sceneggiatore e poi il regista analizza una quotidianità scoprendo i punti forti e i punti deboli di un protagonista e di tutti i personaggi che incontra.
Il protagonista prende o perde il controllo e agisce di conseguenza per come è lui o per come è diventato. Il film va avanti, la narrazione segue la linearità dei fatti, ma ad un certo punto un altro film inizia a farsi sentire, ma non vedere.

IL FILOSOFO

In parallelo al primo, in questo film il regista non analizza solo gli aspetti psicologici di causa ed effetto, non si sofferma a spiegare e a mettere in scena per esempio la reazione composta e poco sofferta di una donna che perde il proprio figlio sotto l’attacco di un banda armata.
Il regista scrive con il suono, le immagini e le parole la propria riflessione sul mondo e sull’essere umano. Il regista può dire con queste immagini che in questo mondo in qualsiasi momento la cosa più preziosa può essere persa e nella scena quella donna lo sapeva già e dentro di lei decretava suo figlio già morto ancora prima di morire.
E’ un esempio che andrebbe davvero scritto e girato per spiegarlo per bene ecco perché il regista è spinto a descrivere concetti complessi con un film.

Spesso la lettura di qualsiasi riflessione si compie solo alla fine del film.

A META’

Il regista da prima un analista è ora un filosofo ? Non del tutto. A mio personale avviso a metà strada tra le due. Non voglio dare un compito o delineare questa figura professionale, voglio solo osservare come si evolve il tutto. C’è anche da dire che il regista è oggetto di critiche per la sua parte filosofica, nel “Cosa avrà voluto dire?” o “Voleva far riflettere?”, ed è bene che il regista, come artista, nasconda con abilità il significato centrale del film, facendolo sentire ma non vedere, come il sorriso della Gioconda. Cosa che ho cercato di fare nel mio cortometraggio “Questo non è reale”.

Ecco perchè il mio compito da sceneggiatore e regista, a imitazione della vita, è di dare un significato seppur profondo allo straordinario senza una lettura troppo evidente, cercando di non essere troppo analitico, ma nemmeno troppo filosofico.